Un silenzio di parole

Un silenzio di parole

Ops! Mi sono tagliata.

Porca vacca! Che male… sono basita! Per il dolore lancinante che mi trafigge, il sangue dovrebbe uscire a fiotti, o zampillare a mo’ di inusuale fontanella. Immagino sguardi eccitati dall’odore del macabro, bramosi di gustare l’atto sacrilego di un fottuto bastardo-serial killer, stupratore-emulatore impunito. pronto a colpire di nuovo.

Il polpastrello dell’indice destro pulsa e pompa la calda linfa: quello che era un puntino rosso diviene goccia sempre più pesante, per mutare poi in un rivolo vermiglio che si getta nel letto del palmo ruvido, incanalato nelle anse della frastagliata, travagliata linea della mia vita.

Mi hanno ferito. Con una parola. Una parola dura, buttata lì di getto, senza scrupoli.

Ho contrattaccato e, con l’indice, ho persino preso la mira. Ho colpito ancora e ancora: a morte: senza pietà.

Tu tu tu… colpa… io io io…

Dopo regnava un silenzio imbarazzante, tra noi, consapevoli che niente sarebbe stato più come prima.

Le parole sono armi: banali o ricercate: dirette o trasversali: di guerra o di pace. Sono armi autorizzate, ma senza bugiardino… che di bugiardi il mondo è saturo.

Armi, sulla bocca dei molti.

Armi.

 

SE…

Questa vita mi sta stretta… questa vita mi sta stretta, ripeto sommessamente, mentre libero il desco dagli avanzi della cena della sera precedente. Odio gli effluvi degli avanzi, urlo incazzato, per lenire la tensione che percepisco crescere a dismisura. Ma parla come mangi e di’ tavolo e puzza rivoltante invece di desco ed effluvi; mi prendo in giro da solo, rinnovando il verso di quella che ha sempre criticato il mio parlar forbito.

Poi canticchio di nuovo la nenia, come la puntina di un vecchio grammofono che solca le tracce audio di un desueto vinile – lento e attento, come il sapiente rimestare a spirale della polenta: come l’inesorabile ticchettio delle lancette che scandiscono e reclamano tempo: tempo che non ho.

 

Berenice mi osserva, sorretta dallo stipite della massiccia porta del tinello. Ha le braccia scarne conserte, i capelli scarmigliati come i miei pensieri, l’incarnato pallido e delicato come consunta organza. Ma è bella, maledettamente bella come ieri e ieri l’altro, troppo bella per uno come me. Lo ricordo, quando le visioni non si offuscano.

Che fai, aspetti che io schiatti, le sbatto in faccia sbavando, se vuoi ti posso sciorinare parole argute o confabulare per ore sul tipo “C’era una volta un re direte voi… nooo … c’era una volta una ninfa che non sapeva nuotare e galleggiava trasportata da un misto di paranza, ma un brutto giorno il capitano di un vascello la sottrasse dalle acque della Senna per esaudire i capricci della sua amata… c’era una volta”.

Basta Alfio, amore mio, mi supplica con tono pacato, cambiati e indossa i pantaloni di fustagno. Guarda il quadrante dell’orologio: tra poco nostra figlia tornerà dalla tournée al Moulin Rouge. Mi ha detto che ha voglia di vederti, di ricucire, e che sei suo padre e che ha capito che la colpa di quelle frasi offensive non è tua…

Parole solo parole, la interrompo, può tornare al suo puttanaio. Cosa si aspetta … che la coccoli? Solo una sgualdrina balla mostrando tette e chiappe. Pensa di essere una soubrette, ma è solo una battona a caro prezzo. Voilà le Can Can … anche io sono capace di danzare con il culo al vento e persino con i calzoni alla zuava calati, le dimostro, dimenando il batacchio libero. Tu mi dici che non ci sono più con la testa, ma le parole le ricordo. Tutte! E sono imprigionate qui, nella mia mente.

Tu mi guardi, gelida. Io mi gratto lo scroto ruvido.

Povero Alfio, sei tu il prigioniero delle parole in un Alcatraz dal quale non potrai evadere, pronunci con un sospiro.

Mentre spulcio il pene da residui incastonati tra le pieghe, ti allontani. Senza verbo proferire.

 

E INVECE SE…

Bel modo di iniziare l’anno nuovo, penso mentre sgombero gli avanzi del cenone che giacciono disfatti sul tavolo di legno, allungato per l’occasione.

Buon anno desco, lo saluto. Solo tu mi puoi capire. Questa vita mi sta stretta… questa vita mi sta stretta, ripeto sommessamente.

Odio gli effluvi dei resti, li porto ancora dentro i pori. Giochiamo a caccia al tesoro, mi dicevano per dare un senso al rovistare nei cassonetti. Ero piccolo. Affamato.

Ora vorrei solo urlare, per lenire la tensione che percepisco crescere a dismisura.

Come parli forbito Alfio: si dice tavolo e puzza rivoltante invece di desco ed effluvi, mi limito a commentare ad alta voce in modo tale che lei intenda parola per parola. Poi canticchio di nuovo la nenia, come la puntina di un vecchio grammofono che solca le tracce audio di un desueto vinile. Lento e attento, come il sapiente rimestare a spirale della polenta: come l’inesorabile ticchettio delle lancette che scandiscono e reclamano tempo: tempo che non ho.

 

Berenice mi osserva, sorretta dallo stipite della massiccia porta del tinello. Ha le braccia scarne conserte, i capelli scarmigliati come i miei pensieri, l’incarnato pallido e delicato come organza. Berenice la mia roccia, la mia memoria. Berenice la Saggia: bella e fiera come un tempo, perché di ieri e ieri l’altro non ho ricordi.

Sono perso senza di te, amore mio non lasciarmi, vorrei dirle, ma altre parole sgorgano impetuose. Che fai, aspetti che io schiatti, le sbatto in faccia sbavando. Se vuoi ti posso sciorinare ingarbugliati scioglilingua e tu lo sai quanto sono bravo a confabulare per ore. Ti rammenti di quella favola che ho inventato per la piccola: “C’era una volta un re direte voi, no, c’era una volta una ninfa che non sapeva nuotare e galleggiava trasportata da un misto di paranza, ma un brutto giorno il capitano di un vascello la sottrasse dalle acque della Senna per esaudire i capricci della sua amata e poi… e poi non ricordo, maledizione! Non ricordo…

Basta Alfio, amore mio, mi supplica con tono pacato, cambiati e indossa i pantaloni di fustagno. Guarda il quadrante dell’orologio: tra poco nostra figlia tornerà dalla tournée al Moulin Rouge. Mi ha detto che ha voglia di vederti, di ricucire, e che sei suo padre e che ha capito che la colpa di quelle frasi offensive non è tua …

Parole sempre parole che mi confondono, la interrompo, cosa vuole da me… che la coccoli? Solo una sgualdrina balla seminuda… non la mia principessa che volteggiava imbarazzata per i miei ridicoli calzoni alla zuava. Tu dici che non ci sono più con la testa, ma le parole le ricordo, e fanno male qui dentro.

Tu mi fissi, e abbassi lo sguardo.

Povero Alfio, non permettere alle frasi di imprigionarti in un Alcatraz dal quale non potrai evadere, sussurri, lascia parlare il cuore.

Mi offri il palmo della tua mano. Io lo stringo e lo adagio sul petto.

Ti seguo.

In silenzio.

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