Il salto nel buio dei poeti maledetti

Il salto nel buio dei poeti maledetti

Comprendo l’esigenza, più o meno avvertita, di evadere da questa valle di lacrime; il senso di ribellione, soprattutto dei giovani; il malessere e il disgusto per una realtà quotidiana che non arreca né soddisfazioni né gioie durevoli, ma solo occasioni di stress, di paura e di fugaci diversivi. Non condivido la via perseguita dai poeti maledetti, celebrati, sul finire del XIX secolo, dal più funesto di tutti, Paul Verlaine.

Non si tratta, qui, di esprimere giudizi di valore su una fase della letteratura francese che pure, per la veemente istanza innovatrice, ha più di un merito, avendo contribuito alla nascita, da lì a qualche decennio, di svariati movimenti artistico-letterari. Ma innovazione non è sovversione e disfacimento, bensì creatività e trasformazione positiva. L’hashish e l’alcool, gli atti di brutalità e di spavalderia, non sono rimedi alla vanità del mondo; sono rafforzativi. Alterare la composizione chimica del cervello, logorarlo fino a perdere ogni barlume di lucidità – ben note, a tal riguardo, le violenze fisiche e psicologiche che il poeta di Metz infliggeva a sua moglie, per non parlare delle sparatorie e delle risse in cui, non eccezionalmente, venivano a trovarsi questi scalmanati in cerca di gloria ultraterrena – non dispiega percorsi di crescita ma immerge in labirinti senza via d’uscita.

I giovani che non colgono la differenza tra artifizio e natura non solo, fuggendo da se stessi, finiscono per amplificare l’angoscia, rallentano anche l’evoluzione spirituale (e quindi materiale) della civiltà. L’ossessione per la scrittura, magari non accompagnata da un reale amore per la lettura, la ricerca dell’apprezzamento altrui e del consenso producono mostri.  Si pensi alla Beat Generation di Kerouac, Ginsberg, Lucien Carr, Hal Chase… convinti che per poter produrre belle cose occorresse far uso di droghe e ubriacarsi; non è vero. È solo una sciocchezza colossale, mitologie alimentate dalla moda e dal consumismo, che hanno condotto schiere di ottimi autori a sprecare talenti e dissipare le proprie vite e quelle di chi, disgraziatamente, incappava in loro. Sovvengono anche bravi calciatori, scienziati, cantanti dalla voce vellutata, musicisti e politici che non sono riusciti a trovare un equilibrio, cadendo vittime di una passione incontenibile, e ritenendo, a torto, che dovesse cercarsi al di là del proprio spazio interiore l’ispirazione, disponibile solo in determinate situazioni di sregolatezza, arretramento e sfacelo dello spirito.

Il disordine, semmai, deriva dal ritrovarsi catapultati in un mondo apparentemente indomabile, ricolmo di richieste che neppure un genio è in grado di recepire e di risolvere. La ricchezza diventa l’anticamera dell’infelicità; per natura, infatti, l’artista non cerca materialità. Non può persistere a lungo in un paradiso artificiale.

Rileggere Les Fleurs du mal (1857) di Charles Baudelaire, come pure i suoi poemetti in prosa, è sempre un’esperienza straordinaria. Un centinaio di liriche travolgenti, un concentrato di emozioni conflittuali, che mettono a nudo la condizione umana e gettano sul tappeto tutte le lacerazioni e le aberrazioni di una modernità che sarebbe esplosa o, meglio, implosa nel Primo Grande conflitto mondiale. Condannato per oltraggio alla morale (perbenista e altrettanto illusoria), i capolavori del poeta parigino delineano un punto di rottura con la tradizione. Anche da una prospettiva lessicale sono all’avanguardia: troviamo espressioni colorite, in linea con la corrente simbolista che vede nella parola e in generale nel linguaggio artistico la via d’accesso a una dimensione metafisica, oltre la miseria della quotidianità, in nome del principio, formulato da Théophile Gautier, «L’arte per l’arte», che proclama la superiorità del verso classicheggiante e rievocativo del bello e del sublime sul modello comunicativo inaugurato da Auguste Comte, e perciò la vita artistica del flâneur, del dandy e del débauché, sulla compostezza e sulla rigidità positivistica. Scienze, tecnologie, economia e religione perdono colpi; ma nell’epoca del decadentismo è la vita stessa che muore.

I libri sono in grado di mobilitare i sentimenti, ristrutturare il pensiero, la mente e l’anima intera. Ma sono anche capaci di distruggere, se diventano prigioni.

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