Comunicazione ed espressioni linguistiche

Comunicazione ed espressioni linguistiche

Il vasto campo delle scienze umane, dalla teoria dell’informazione alla linguistica, dalla teoria della comunicazione alla semiotica, si fonda sul paradigma secondo cui alla base dei rapporti umani vi sia la comunicazione. Anche il non verbale è rivelativo di intenzione comunicativa – persino chi si ritira in un totale isolamento rivela qualcosa di sé. Un tale modello non è generalmente immune dal concepire il processo comunicativo in termini di uniformità informativa: un mittente invia un messaggio (per esempio: “oggi piove”) a un destinatario, nel quadro di un dato contesto, attraverso un codice comune all’uno e all’altro e per mezzo di un canale che ne garantisca l’interconnessione.

Non intendiamo, qui di seguito, dare un contributo esaustivo all’analisi della comunicazione umana, quanto invece tratteggiare qualche aspetto essenziale, al fine di mettere in luce le implicazioni sul piano della pluralità delle sue funzioni sociali.

In particolare, si distinguono:

  • una funzione espressiva, che esplicita gli atteggiamenti degli attori sociali;
  • una funzione persuasiva, che identifica la capacità di incidere sui comportamenti e sui pensieri degli attori sociali;
  • una funzione informativa, sia come trasmissione di dati, notizie e idee, sia come trasferimento di contenuti informativi per mezzo di espressioni linguistiche verbali e non verbali;
  • una funzione di relazione, atta a stabilire e/o mantenere il rapporto di differenti attori sociali;
  • una funzione di ruolo, inerente al comportamento che ci si aspetta assumano certi attori sociali in virtù della posizione che occupano nel contesto sociale.

Ci soffermeremo, in particolare, sulla funzione informativa nella fattispecie del trasferimento di contenuti linguistici verbali. Impiegheremo il termine “informazione” nell’accezione etimologica di “qualcosa che va formandosi”.

Tre sono i fattori che in genere ricorrono nel processo comunicazionale: 1. la motivazione all’ascolto da parte del destinatario; 2. il grado di credibilità e autorevolezza dell’emittente; 3. il livello di qualità della relazione esistente tra l’uno e l’altro. Nel modello classico, invece, un’espressione qualunque – per esempio “oggi piove” – è trattata come transitante da un soggetto parlante all’altro, senza produrre nulla di nuovo, anzi – rimanendo nello schema di Roman Jakobson (qui sotto in azione didattica) delle «sei funzioni del linguaggio»[1] – proprio perché non si produce nulla di nuovo c’è comunicazione.

Non si vuole, qui, riaprire un dibattito, peraltro sempre vivo, sul primato dei contenuti o della forma del messaggio. Tuttavia, non è convincente l’idea che la fonte qualifichi il messaggio. Uno stesso messaggio fornito da fonti diverse può sortire effetti diversi, anche diametralmente opposti. Inoltre, se il canale fosse disturbato e il destinatario del messaggio comprendesse che “oggi non piove”, l’aggiunta del “non”, nel contesto classico, indicherebbe il fallimento dell’atto comunicativo: il mittente non intendeva dire che nonpiove ma che piove, si dirà. Il ricevente ha capito male, ha sbagliato a capire e così via. Cosa accadrebbe, però, se il destinatario attribuisse alla parola “oggi” un significato diverso da quello che gli attribuisce il mittente? Cioè: non c’è “incomprensione” o “fraintendimento” ma “traduzione” – che non a caso presenta un’affinità etimologica con il verbo latino ‘tradire’ (‘trādere’, ‘consegnare’). Intanto, lo si ritiene possibile? È possibile, al di là della traduzione linguistica vera e propria che, pur nell’ambito di una stessa lingua, si attribuiscano alle parole e alle frasi significati diversi da quelli assunti dall’interlocutore?[2] Non si sta considerando una violazione del principio del codice comune; al contrario, è proprio il codice comune che permette l’uso polisemico e metaforico delle parole (si pensi alla composita retorica dell’italiano).

Intendiamo porre attenzione alla concretezza del processo comunicativo – si direbbe, alla «pragmatica della comunicazione umana»[3] – che significa presupporre oltre a principi, regole e strutture, uno spazio interattivo ove soggetti pensanti, aventi dotazioni biologiche e culturali differenti, entrano in relazione intenzionalmente comunicativa. E non tener conto del contesto e delle finalità comunicative – della pragmatica – induce a un ridimensionamento delle potenzialità della comunicazione stessa.

Procediamo con calma. E prendiamo l’esempio delle seguenti frasi:

  1. Davide legge la Torah
  2. La Torah è letta da Davide

La seconda è una forma passiva, di struttura grammaticale diversa dall’altra. Sul piano semantico, esprimono lo stesso significato. Ciò dimostra che vi sono casi in cui la struttura grammaticale non decide direttamente del significato in modo biunivoco.

Prendiamo ora le seguenti frasi:

  1. Il camino fuma
  2. Lo zio Tom fuma

Le strutture grammaticali (con la reiterazione di un soggetto e di un complemento oggetto), sono identiche. Le strutture grammaticali non incidono sul piano della riconoscibilità semantica. Il monema “fuma” assume significati distinti. La comprensione può derivare dalla “natura” del soggetto, ma anche dal senso eventualmente metaforico della frase, essendo possibile pensare a uno zio che fumi (nel senso di emettere fumo) quanto e come un camino.

Nel caso invece di frasi ambigue, come:

  1. La vecchia porta accanto
  2. La vecchia porta accanto

Non è possibile – come risulta evidente, senza ulteriori indicazioni – elaborare un’interpretazione a partire da un approfondimento solo formale delle frasi. Si dovrà far ricorso al contesto. E come la mettiamo con quelle espressioni linguistiche che non rispettano le regole grammaticali? Si tratta di espressioni non informative?

Riprendiamo l’esempio di prima, e diciamo: “Oggi piove”. Naturalmente, è un’espressione linguistica informativa. Che senso avrebbe tuttavia esprimersi in modo “corretto” in un contesto in cui non sia richiesto? Se un tipo dicesse in un ascensore: “Ho la rinite”, probabilmente susciterebbe il riso. Meglio se avesse riferito di un normalissimo “raffreddore”. E se ci domandassero: “Sta piovendo oggi a Roma?”, e noi rispondessimo senza mezzi termini: “Oggi piove”, avremmo risposto in modo grammaticalmente corretto ma nel senso più stucchevole possibile. Insomma, la grammatica non serve in se stessa. Serve nella misura in cui la si sa applicare al caso giusto e secondo le finalità comunicative richieste dal momento. Ovvio che se dicessimo: “Oggi io piovo”, non siamo più in accordo con il “codice”. Le regole grammaticali – con riferimento, per esempio, all’italiano – non consentono di affermare: “Oggi io piovo”. È scorretta, come frase, almeno se considerata in se stessa. Violando le “norme”, si finisce per pagare il fio dell’in-comunicazione. E non solo. Se si scrive un curriculum con tutta una serie di strafalcioni, è davvero improbabile che si trovi lavoro.

Qual è dunque il problema? Il problema è che la linguistica tratta gli “errori” non solo come espressioni a-grammaticali ma come “inesistenti” tout court. Tuttavia, sono davvero entità irreali? Le abbiamo lì, dinanzi agli occhi, udiamo una voce. Andrebbero dunque più proficuamente trattate come forme reali del cosmo – oggettivazioni linguistiche che non sono prive di esistenza e, a ben vedere, anch’esse piene di contenuto. L’espressione “oggi io piovo” può significare che il parlante non abbia dimestichezza con quella lingua, o che si sia confuso, o che voglia creare scompiglio, o che voglia scherzare, o che intenda dar sfogo alla “mente” e fiato alla bocca. Non si può non comunicare – è l’assioma della comunicazione umana messo a punto dalla Scuola di Palo Alto. E allora, non si può parlare e non dire nulla. Non si può far finta di non aver udito nulla. Se poi per farla breve si considera inesistente lo sgrammaticato, si compie un passo in direzione di quel monismo linguistico (angusto, inquisitorio e totalitario) che in passato e tuttora è stato un campione indiscusso dell’esclusione e della selettività.

Il pensiero plurale mira altrove, a estendere lo spazio della relazione possibile. Quindi chiede spiegazioni, prova a capire, nonostante tutto, e rinuncia persino all’immediata applicazione delle regole della grammatica pur di attribuire un senso a ciò che apparentemente non lo ha. Allora, con calma, ripone l’espressione linguistica sul contesto che gli è proprio, e attraverso la relazione tra espressione (testuale) e spazio (contestuale), ne ricerca il senso. Tutto ciò richiede tempo, ma se qualcuno sfruttasse l’amore del plurale per il senso per rubar tempo, non violerebbe solo le regole della grammatica, violerebbe i principi del vivere civile. Ad ogni modo, che pazienza ci vuole! Si pensi alla celeberrima espressione: “Dio esiste”. Sembrerebbe non aver alcun senso, ma se la si scarterebbe apriori, senza chiedere spiegazioni, senza indagare ulteriormente, senza interrogarsi su cosa il parlante intenda per “Dio” e per “esistenza”, se non si esplorasse lo spazio contestuale, si finirebbe per escludere dal proprio orizzonte tutti coloro i quali invece attribuiscono un senso, un significato e una storia a espressioni fondate sulla fede. Se il parlante rivelasse a sorpresa che per Dio intende una struttura plurale del divino, ci si troverebbe innanzi un pensatore plurale che veste gli abiti del “credente” – il che apre ad altri significativi enigmatici interrogativi. Se un parlante riferisse di aver visto un cammello volante, non gli crederemmo. Infatti, sembra proprio che i cammelli non abbiano ali. Se però con quel nostro non volergli credere lo escludessimo da ogni possibile inter-locuzione, ed escluderemmo il parlante stesso dall’ambito della normalità, non tarderemmo a spedirlo in qualche manicomio, abbandonandolo al suo destino, mentre avrebbe potuto rivelarci qualcosa di più. Peraltro, non ci sarebbe psicologia, psichiatria e neuroscienza. Non avrebbe avuto senso proporsi di aiutare e curare chi manifesta sintomi di schizofrenia e altre malattie mentali se non si fosse data importanza all’anormalità. Invece, proprio perché l’anormalità è stata presa sul serio, abbiamo oggi tutta una serie di discipline e prassi mediche che si occupano della malattia mentale e si preoccupano di chi ne è afflitto, e lo guariscono anche.

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[1] Cfr. R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, a cura di L. Heilmann, Feltrinelli, Milano 1994.

[2] Riparleremo approfonditamente della polisemia linguistica.

[3] Cfr. P. Watzalawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, tr. it. M. Ferretti, Ubaldini Editore, Roma 1971.

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