Dove abita Dio

Dove abita Dio

«Chi sei?» le chiese dopo essersi seduto. «Sei la mia anima?»
«Se vuoi puoi chiamarmi così, ma non saprei dirti cosa o chi sono, così come non saprei cosa sia l’anima se non un concetto religioso. Chissà, forse sono la tua occasione perduta, il tuo treno ormai passato. Forse sono il desiderio che non riesci a raggiungere, le occasioni che non hai saputo cogliere. Tutto ciò che ti farebbe sentire davvero te stesso e meno solo. Una cosa è certa: io sono una parte di te, la più autentica, la più genuina e vera, quella che hai perduto nel marasma di questa vita caotica e rumorosa che rende le persone sole.»

«E perché sei qui?»

«Noi siamo qui: siamo in tante, sai? Dimenticate, trascurate, abbandonate e ora siamo costrette a prostituirci per ritrovarvi o voi siete costretti a pagare per potere finalmente avere la possibilità di parlare con qualcuno che vi ascolti veramente e vi capisca: parlare con noi o con voi, fa lo stesso, tanto siamo un tutt’uno perché, vedi, anche se ci avete dimenticate, in fondo ci desiderate, vi rendete conto di non potere fare a meno di noi.»

Sarebbe sufficiente questo breve estratto per qualificare come “bravo” Massimiliano Fusai. E Massimiliano Fusai bravo lo è davvero.

Se le prime righe di Dove abita Dio danno l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera tendente al grottesco, proseguendo nella lettura ci si accorge che quello in oggetto è un testo ben più profondo, scritto da chi ha dimestichezza con parole, luoghi e situazioni.

Quella narrata è la vita all’interno di un microcosmo, una cittadina della provincia italiana (Novafeltria e sue frazioni), che, a essere obiettivi, ben può attagliarsi all’intero Paese: la politica, le chiacchiere da bar, l’inquietudine giovanile, la crisi economica, il razzismo… Formanton, Peppo, Massi, Daria, Luisa, Oreste, Giovinardi, sono i paradigmi dell’attuale nostra società, siamo noi.

“Viveva di ricordi, il presente non gli piaceva, questa gente era troppo ignorante. La cultura non era certo prerogativa della sua generazione, ma almeno l’ignoranza di quel tempo era giustificata. Si ignorava perché non si sapeva, non c’erano mezzi d’informazione. I libri costavano troppo e la scuola non era alla portata di tutti. Tuttavia, non c’era bambino, ragazzo o anziano che non conoscesse una poesia di Pascoli, o di Quasimodo, o di Ungaretti. E con quale passione, suo padre gli recitava alcuni passi dell’Inferno di Dante! Quel poco che si sapeva, lo si custodiva gelosamente e non andava mai perso.”

In Furore John Steinbeck si chiedeva: “Dove va questo Paese?”.

Massimiliano Fusai dà le sue risposte, a volte amare, a volte positive, in modo schietto, senza circonvoluzioni.

La struttura narrativa non è mai banale: basti pensare all’inserimento delle interviste (semi-serie) rivolte dall’Autore ai suoi personaggi o all’uso sapiente di italiano mescolato con espressioni e intercalari locali; ma anche espressioni come “Manuale del pacifista di sinistra perfetto” denotano una buona dose di arguzia che il lettore non può non apprezzare.

Sì, il libro piace: piace per la sua umanità (basti pensare a Oreste o a Patton), per il percorso interiore che i suoi protagonisti compiono nel susseguirsi delle pagine (basti pensare a Luisa o a zia Maria). Percorso intrapreso di propria volontà ed è questa la forza che traspare da quest’Opera: non c’è un “Deus ex machina” a guidare i passi dei soggetti; al contrario, sono loro gli artefici del proprio destino, quale esso sia (ad esempio: quello positivo della riappacificazione di Luisa con la madre o quello, tragico, della coppia di anziani motociclisti). È un messaggio importante valido in ogni tempo.

Da ultimo, un plauso a chi indovinerà chi si cela dietro lo pseudonimo “Burleschetti”!

Buona lettura!

(Recensione a cura di Beniamino Malavasi)

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