Il maestro del giallo italiano: Giorgio Scerbanenco, tra psicologia e realismo

Il maestro del giallo italiano: Giorgio Scerbanenco, tra psicologia e realismo

Mi ha sempre deliziato leggere e rileggere Scerbanenco; le sue short stories poliziesche, come pure i suoi romanzi – fu autore assai prolifico – non sono un semplice prodotto della creatività e dell’immaginazione letteraria. Sia ben chiaro, non sto negando valore all’inventio, componente essenziale della scrittura e dell’arte in genere; sto affermando che nel maestro milanese c’è di più: trame intessute di cronaca nera, che traggono spunto da fatti realmente accaduti, non già in luoghi e in tempi indefiniti ma nella Milano degli anni Cinquanta e Sessanta, patria del boom economico, del cinismo, dell’ansia e della malavita. Personaggi in carne e ossa, come Renato Vallanzasca, o come quelli della banda Cavallero, fonti d’ispirazione narrativa ma anche di una curiosità morbosa da parte del pubblico, oggi più di allora. Non a caso, un terzo della letteratura mondiale è infarcita di giallo, thriller e mistery.
Giorgio Scerbanenco, di origine ucraina, ha vissuto gran parte della sua vita a Milano, testimone privilegiato della crisi di valori. “Ho un cane arrabbiato dentro di me che mi morde sempre” ebbe ad annotare nel suo diario. Non si tratta invero di un autore scialbo e prevedibile, ma di una personalità complessa. Vien da consigliare subito la lettura di qualche sua opera, magari immergersi nella straordinaria raccolta di racconti, Il centodelitti, pubblicata l’anno seguente alla sua morte (avvenuta nel 1969, proprio al culmine del successo), oppure nella quadrilogia di Duca Lamberti, l’ispettore ribelle e riflessivo (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano al sabato; tutti libri editi da Garzanti) e nella serie di Arthur Jelling, che si muove in una Boston del malaffare (Sei giorni di preavviso, La bambola cieca, Nessuno è colpevole, L’antro dei filosofi, Il cane che parla, Lo scandalo dell’osservatorio astronomico; editi presso Sellerio).

Si è all’interno del filone razionalista inaugurato da Arthur Conan Doyle, ma il frequente ricorso alla psicologia dei protagonisti fa degli scritti di Scerbanenco qualcosa di peculiare, un modello innovatore del poliziesco, sulla scia di Dashiell Hammett e soprattutto di Raymond Chandler, con ambientazioni e contenuti d’impronta realista. Nello stesso tempo emerge l’ambivalenza dei testi: non più la netta distinzione tra bene e male, tra innocenti e colpevoli. Il crimine, la violenza, la colpa non sono eccezioni che contravvengono alla regola ma la regola stessa; assurgono a principio costitutivo della vita e si affacciano in tutta la loro portata metafisica, divenendo, da un punto di vista linguistico, un tratto dello stile narrativo di Scerbanenco.
Letteratura sociale di denuncia, che prende le distanze dal vizio e innalza, aristotelicamente, la virtù. E chissà che avrebbe detto se avesse potuto seguire gli sviluppi dell’inchiesta compiuta dal pool di Mani Pulite nei primi anni ’90 e quel ciclone giudiziario meglio noto come Tangentopoli (non solo milanese). D’altronde, il poliziesco, come genere letterario, nasce, in America e in Inghilterra, negli ultimi decenni dell’Ottocento; si afferma e, in un certo senso, si spiega nel contesto della seconda rivoluzione industriale, che trasforma e anche altera i rapporti sociali preesistenti, in direzione della torbida e affollata civiltà urbana.

È come se il fantastico e il tradizionale si ritraessero per far posto alla nuda e cruda realtà. Affiora l’uomo nella sua “oggettività”, abitante anodino delle città, che tutto palesano eppure tutto nascondono. La stessa psicologia si affranca dall’impostazione teoretica in cui l’avevano confinata i filosofi idealisti tedeschi; si rende disciplina autonoma, sperimentale, laboratoriale. E si offre alla letteratura. Chi scrive polizieschi deve ben conoscere la psicologia, dev’essere uno psicologo egli stesso, senza tralasciare l’orientamento psicoanalitico (con tutte le sue ampie risonanze in autori come Italo Svevo, Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda, Elsa Morante, James Joyce, Virginia Woolf, Arthur Schnitzler, Franz Kafka). Al centro vi è l’uomo, colto nella sua espressione misurabile ma anche nella sua profondità insondabile.
Il delitto non accade. Esplode. Nasce all’interno della società, ed è la società stessa, con le sue leggi e la sua scienza, che deve porvi rimedio. Che lo faccia per mezzo di persone particolarmente intelligenti e sensibili, capaci di ricostruire la sequenza logica delle vicende e di smascherare il “colpevole”, oppure affidandosi a se stessa, nella sua interezza, per via della sua plurale mobilità, non ha più nessuna importanza; ciò che conta è ripristinare l’ordine. Ma le indagini non hanno solo questo di scopo. Esse, man mano che si dipanano, rivelano intrecci e misteri, dando ragione della complessa natura umana.

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