Samira

Samira

Con sontuosa volée, respinge uno spasimante, sorride, si toglie le babouche scarlatte in cuoio e, a piedi scalzi, si dirige verso il centro della pista.

Per aria si diffonde un miscuglio di aromi maghrebini.

Si trascina sul pavimento in cristallo, Samira, lasciando una pennellata di sudore e un desiderio irrefrenabile nell’animo degli astanti.

Elettromagnetismo: un signore che sorseggia vodka al bancone, specchiandosi nel bicchiere, solleva lo sguardo e prova ad afferrarla per un cingolo della gonnella. Un altro, già ebbro, sbava. Ma il vento di tramontana spira possente.

Samira è alta, ricciuta, paffuta; e marocchina.

Varcato il sacro confine tra il terriccio e l’arena, si guarda intorno… Ed eccola là, bella e fiera, trafitta da migliaia di raggi luminosi. Ha una camiciola variopinta, e si volteggia, si pavoneggia. È uno spettacolo della natura, uno schianto; un vortice di passione esaltato dal gioco di specchi congegnato ad arte dai sapienti titolari del locale notturno Madame Butterfly, sulla costiera romagnola.

Si scuote, si contorce, si dimena, sotto lo sguardo ammansito dei pederasti, indispettito delle vedove in calore, invidiato delle autoctone incapaci di muoversi come lei.

Dalla spalla appena scoperta trapelano due lucertole che si mordicchiano la coda.

Samira sembra disinteressarsi di tutto, concentrata sui passi felpati e sulle maniche roteanti del suo abito comprato a Fez. Capelli su e giù, a destra e manca. Sorride, sollevando un pochino l’estremità del labbro sinistro.

A un tratto è colta da un fremito irresistibile. Si accosta a un maschio in giacca e cravatta, di quelli che aspettano che sia la donna a fare il primo passo – e Samira è più che una donna, stanotte. Si struscia per un istante interminabile sulle sue anche estasiate – e l’ospite boccheggia, s’infiamma. Poi, un breve balzo all’indietro, ed eccola ricomparire all’altro lato della sala per ravvivare altri corpi inermi, misere anime abbandonate da Allah, dimentiche del contatto fisico di una gran figa.

Samira balla, e balla, e balla. Bella. E ama, mentre balla. Ama. Bella. Ama tutti, Samira. Non vi è nulla che possa arrestare il flusso delle sue acque – neppure il richiamo del muezzin.

Scoccano le tre. I margini della pista si dilatano gradualmente, per comprimersi rapidamente fino a creare uno spazio concavo tutto per lei: dal centro del centro, coi riflettori puntati sulle caviglie e con gli astanti abbracciati a circolo, Samira avvia un dolce movimento ondulatorio del ventre. Prima fiacco, quasi svogliato; poi, sempre più energico, sino a raggiungere il ritmo regolare di una trottola. È un’onda di lancette impazzite, il momento della mistica e dell’erotismo. I baristi non fanno più cocktail. Qualcuno, dietro al bancone, sembra raggiungere un orgasmo psichedelico. Le cubiste capiscono che non è giornata e si ritirano nei camerini. Nessuno è in grado di opporsi al fascino notturno di una macchina da sesso virtuale. Anche la luna si gonfia. E il sole, dall’altra parte, s’illumina d’immenso, nel cosmo plurale.

Un black out dell’impianto elettrico: si spengono le luci; s’interrompe la musica, si placano i venti.

E Samira va a sedersi.

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