La ragione morta

Annalisa era seduta sul grosso masso, seppellito per metà in mezzo all’erba. Guardava a terra. Teneva una scatolina in mano, piccola, la teneva con i palmi racchiusi.

«Stai qui, piccolina mia, non potevi stare nella mia testa, eri troppo esigua, per questo non sei sopravvissuta, nella mia testa c’è tanto posto e tanto vuoto, tu non ci potevi stare, non saresti cresciuta» diceva.

A terra c’era anche una buca, era piccola, poteva contenere la scatola, Annalisa la pose dentro e continuò a guardarla.

«Ora sei nel tuo posto giusto, qui puoi fare quello che vuoi, io non ero adatta a te, credimi.»

Si volse verso la scatoletta che brillava della luce di quel pomeriggio. Prese la piccola lapide di legno e con il pennarello scrisse una parola. «Questo è il tuo nome, è un bel nome, potevi essere mia, ma non è stato così, mi spiace.»

Sentì un lieve rossore sulle guance e un gran peso nel petto che sembrò scoppiarle. «Cosa potevi fare per me? Nulla potevi fare, potevi avere tante capacità, ma avevi scelto la testa sbagliata. Io non sono adatta a te.»

Sorrise, poi rise in modo sguaiato. «Vedi, ti ho fatto morire, pensi che abbia fatto la cosa giusta?» chiese.

Carezzò la piccola lapide, sentì la lacrima scendere sulla guancia accaldata. «Io devo agire d’istinto, non per la logica o il ragionamento, il ragionamento è un fatto complesso» aggiunse.

Pose la piccola lapide a lato della buca, dove la scatoletta era ancora scoperta. Pensò che doveva coprirla, pensò che poteva prendere freddo. Rise al pensiero, poi pensò che ridere non era la miglior cosa. «Tu che eri per me? Che sei diventata?» chiese ancora.

L’aria si era fatta fresca, il pomeriggio era appena iniziato e il sole emetteva bagliori inconsueti e strani. Annalisa non se ne curava, guardava sempre la piccola scatoletta e muoveva la terra attorno, come se volesse coprirla. Non lo faceva, sembrava avesse timore di quel gesto, sembrava che qualcosa glielo impedisse.

La vidi così, da lontano, seduta di fianco con il viso rivolto a terra, e le mani piegate sull’erba calpestata. Mi avvicinai piano, lentamente, cercando di vedere qualcosa in lei, capire se per caso potessi disturbarla. Lei non si volse, sembrò non si accorgesse nemmeno della mia presenza.

Guardai la lapide, era bianca, squadrata nell’angolo. C’era scritto “Intelligenza”. Annalisa alzò il viso verso di me, non disse nulla, aveva gli occhi sgomenti, cerchiati come da una stanchezza lontana, appena assopita. «Guarda qui, è successo, che ci vuoi fare?» mormorò.

Si rivolse alla lapide alle sue spalle, girando appena il collo. Poi si alzò e mi venne vicino. «Sono tanto stanca, quello che faccio mi assilla di continuo e non mi dà pace» disse.

Ebbe un sorriso torvo, come un ghigno, un’espressione amorfa. «Non credo di avere fatto qualcosa di buono nella mia vita, avevo anche un uomo, se ne è andato» disse ancora.

«Forse non lo trattavi bene?» le chiesi.

«Già, può darsi» rispose.

Pensai che era successo anche a me una cosa del genere.

«E’ sempre così, anch’io avevo una donna, con lei ho usato tutta la mia pazienza, ma se n’è andata lo stesso. Certa gente non capisce quello che perde.» spiegai.

Lei ebbe appena un sorriso amaro e leggero. «Comunque l’intelligenza portava via tutta la mia vita, ora non voglio più che mi condizioni.»

«Perché ti condizionava?» chiesi.

Alzò la mano in aria in un gesto d’ironia. «Non potevo fare quello che volevo, dovevo sempre muovermi con un certo criterio, con la logica, l’intelligenza serve anche a questo, a fare le cose con una certa coerenza» disse con un sospiro.

«Tu non eri coerente?» chiesi dubbioso.

Annalisa scosse la testa. «Mi piace fare le cose senza pensarci, senza logica d’istinto, come mi vengono, così di getto, per questo, poi faccio tanti errori, agisco senza pensare a tutte quelle cose» disse.

Mosse la mano per imporre silenzio, la fissai, non capivo quello che voleva. Carezzò ancora la terra smossa e sospirò forte, alzando gli occhi.

«Avevo tante idee in testa, pensavo fossero giuste, come al solito non erano giuste.ù» disse in modo lamentoso.

Prese la piccola lapide in mano, mi guardò. «Vedi? E’ nata con me, l’ho cresciuta bene, ma non mi ha dato molte soddisfazioni, era incostante, volubile, sempre irritata. Non ho vissuto bene con lei. Ora sta qui, non so se sta bene qui o se sta bene con me. Io adesso sto bene, anche senza di lei. Tante cose sono cambiate, io stessa sono cambiata, mi sento diversa, sto meglio» disse senza prendere fiato.

Non dissi nulla.

«Mi faceva litigare con la gente, non è facile parlare con gli altri, quando ti senti superiore, gli altri non lo capiscono» aggiunse Annalisa sorridendo.

Poi sbuffò e lo fissò. «Tu sei intelligente?» chiese all’improvviso.

Mi venne da ridere. «Certo, io credo di essere molto intelligente, ognuno di noi crede di essere intelligente, ma non si devono dire queste cose» dissi.

Lei abbassò la testa. «Già, io ho fatto quell’errore» ammise.

Mi volsi appena. Lei mi guardò negli occhi, forse cercando di scorgere qualcosa.

«Sai, c’è uno che parla con me, ci messaggiamo con il computer, è molto bravo a far le cose. Scrive poesie, racconti e cose del genere, ma non accetto i suoi consigli. Ora so che ha ragione, è migliore di me» disse.

Ascoltavo quelle parole e cercavo di immaginare chi potesse essere quell’uomo.

«E poi com’è andata?» chiesi.

«Mah, sciocchezze, mi ha fatto una lezione di filosofia, mi ha parlato di Sartre, di Kierkegaard, ma io non l’ho capita. Ho chiuso con lui» aggiunse.

«Hai fatto male, devi sempre accettare i consigli degli altri, non sei obbligata a seguirli, ma possono darti delle indicazioni» le dissi.

«Si è scritto da solo l’articolo che devo mettere nella mia rivista, è migliore del mio, forse è questo che mi ha irritato.»

«Invidia, allora» le dissi sorridendo.

Lei annuì. «Già, l’invidia è una brutta cosa, ti avvelena il cuore. Sarebbe più adatto lui per il mio lavoro, i miei articoli a volte sono aridi, vuoti di sentimento» disse.

Le andai vicino.

«Comunque è una gran cosa se lo ammetti, hai fatto bene a seppellire la tua intelligenza, t’impedisce di ragionare con il cuore» le dissi.

«Non lo so» disse mogia. «Non lo so».

Camminò avanti e indietro, sembrava non sapesse cosa fare. Si torceva le mani, una sull’altra, con frenesia, a volte tremava e lo faceva sospirando più del dovuto. Mi accorsi che era agitata, fremeva in continuazione. Si metteva a posto i capelli che le venivano sugli occhi e sembrava non avesse pace. Pensai che poteva mettersi a piangere.

«Perché, perché?» ripeté.

C’era silenzio nei dintorni, non c’era nessuno che poteva sentire, mi volsi attorno, da ogni parte, la distesa erbosa ci copriva con la sua maestosità immensa. L’erba era tanta, gli alberi erano lontani, si percepiva appena il leggero soffio del vento, in quel pomeriggio lungo e faticoso.

«Adesso perché l’hai messa qui?» le chiesi.

Lei alzò le spalle in un diniego assurdo. «Ho deciso che potevo fare a meno di lei, tanto non mi serviva, per quel che faccio non serve. Quando rinuncio a certe collaborazioni con persone valide, capisco che l’intelligenza ha fallito, quindi perché tenerla?» spiegò.

«Non avevi un’altra soluzione?» le chiesi.

Sorrise appena e mi guardò. «Potrei ragionare con quella persona» rispose.

«Lo hai fatto?» chiesi ancora.

Annalisa scosse la testa. «Ho chiuso, te l’ho detto» rispose.

Mi allontanai da lei e mi volsi con la mano alzata.

«Sai cosa penso? Forse lì, in quella buca, ci dovresti andare anche tu. Che vivi a fare, dopo aver fatto una cosa del genere?» le chiesi.

«Già» rispose lei. «Comunque ora non posso farci nulla.»

Si alzò, sembrava impacciata, si muoveva in varie direzioni, la vidi agitata. Si allontanò, si volse, aveva il viso truce.

«Perché succede questo? Dimmelo.»

Era stremata, parlava piagnucolando.

Scosse la testa varie volte. Perché ora non sono più sicura di questo?» chiese.

Tacque e si fermò di fronte alla lapide. «Ora mi succedono tante cose» disse piano.

Mi guardò in tono pacato, rassegnato, come se ogni cosa fosse ovvia. «Anche lui, che poteva spiegarmi tante cose, insegnarmi nelle mie debolezze, l’ho trattato male, perché ho fatto questo?» chiese.

Guardò di nuovo la piccola lapide di legno. «Gli avevo fatto tante promesse, avevamo un accordo, qualcosa che poteva dare delle soddisfazioni. Ora non ho più nulla, non c’è più, sparito come una foglia al vento.» aggiunse.

Mi guardò. «Dici che sono stata stupida?» chiese infine.

«Un po’ certamente, ma non sta a me dirlo» le risposi.

Si chinò e carezzò la lapide dolcemente, come se temesse di farle del male. «Questa ora non è più mia, mi ha dato solo dispiaceri» mormorò.

«Adesso che fai?» chiesi.

Alzò la testa. «Non lo so quello che farò, non so nemmeno se vale la pena di pensarci, di cercare qualcosa, ma qualcosa troverò se sarà adatta a me» rispose.

Si allontanò di qualche passo. Il cielo si stava oscurando, qualche sottile nuvolaglia sorgeva oltre il muro del campo. Annalisa la fissò, poi volse di nuovo la testa. Aspirò l’aria di quel pomeriggio, si risedette.

«Dovresti andartene, può darsi che piova tra non molto» le dissi.

Guardò la buca, la ricoprì di terra spostando il piccolo mucchietto di fianco. «Resto con lei» mormorò.


(di MARINO MONTI)

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