Valutazioni e pubblicazioni, tra verità e menzogna

Molte case editrici dicono di valutare i testi e di scegliere i migliori.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…

Tutto si può dire, anche che il Papa è sposato o cerca moglie. È il libero pensiero che lo consente. Ma io credo solo a ciò che è supportato da prove. Scusate, se ho l’indole dello scienziato!

Intanto qual è il parametro valutativo?

Se l’autore fosse disposto a sganciare 10.000 euro, pubblichereste?

Se l’autore, completamente sconosciuto, ha scritto delle stupende poesie, lo pubblichereste? Investireste su di lui? Lo fareste anche se sapete bene che né librai né distributori vi affiancheranno in questa scelta che riterranno azzardata? Combattereste a spada tratta per difendere il vostro bravo autore, pur sapendo che questo non è il mondo della riconoscenza e che, anzi, da un momento all’altro potreste avere un qui pro quo con lui e sciogliere collaborazione e amicizia?

Non sarebbe meglio guardare la realtà per quella che è, con sguardo disincantato e concreto? E non sarebbe più giusto farla finita con questo specchietto delle allodole del “Valutiamo manoscritti”? Se per valutazione s’intendesse un’analisi testuale finalizzata a esprimere un giudizio complessivo dell’opera, e non già per cestinarla ma per farsi carico di un supporto redazionale, allora sì, ben venga una valutazione, come primo step della pubblicazione.

Ditemi, non sono forse i lettori ad aver l’ultima parola? Non è nell’agone del mercato che più prodotti si fronteggiano e si contendono fette di clienti? Intanto, si porti il prodotto sul mercato. E il numero di follower, l’orientamento della critica decreteranno flop o successo; insomma il giudizio dei lettori è e dev’essere il solo indice di valutazione.

Del resto, un editore che fa? È forse un selezionatore? Non dovrebbe “editare libri”? Quali libri?

No, la domanda non suona bene. Sa di esclusione…

Perché mai si scriverebbe un libro? Per tenerlo nel cassetto? E che senso avrebbe? Se si scrive, e non è certo facile tessere narrazioni tra un incipit e un finale, significa che si vuole comunicare, e se si vuole comunicare dovrà pur esserci qualcuno ad ascoltare. Ma se non si può costringere qualcuno a prestare ascolto, a leggere… non è solo questione di cortesia… neppure si devono sbarrare le vie a chi possiede storie da raccontare ed è convinto siano straordinarie. Chi scrive, mentre scrive, matura un sacrosanto diritto a rendere pubblico il suo messaggio.

Bello è l’atto creativo in sé, più bello è il momento dell’interazione e della condivisione.

Si può andare in cartolibreria e farsi stampare e spillare una dozzina di copie. Poi, armarsi di solidarietà e pazienza e distribuire il libro agli amici, un po’ come fanno i bambini all’asilo. Non troppo diverso è rivolgersi a un tipografo digitale. Solo che per smerciare le copie, essendo di più e avendo pagato di più, non basta essere solidali e pazienti.

Si può optare per il self-publishing allorché si brami il codice isbn e ci si avvalga dei servizi di distribuzione online offerti dalle piattaforme ondemand. La cosa più atroce è che adesso si crede di aver veramente pubblicato un libro.

In effetti, è nel mercato editoriale, e ben promuovendolo si possono fare buoni numeri, a patto che lo si consideri un gioco.

Ma l’editoria non è un gioco.

Un editore non stampa soltanto. Non divulga soltanto. Produce. Trasforma. Rende i testi più appetibili, da un punto di vista formale e sostanziale, al pubblico dei lettori, in modo che questi possano trarne maggior beneficio. L’autore stesso si sentirà più felice di aver detto meglio quel che voleva dire. L’editore si è rivelato essenziale per approntare una pubblicazione di tutto rispetto. Mette la sua esperienza al servizio degli autori, attraverso un supporto redazionale e promozionale funzionale alla migliore riuscita del progetto.

Insomma, senza un “tutor” al fianco degli autori, l’impresa, salvo eccezioni, è destinata a naufragare.

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