Pubblicazioni spazzatura e ignoranza dilagante

Per l’Associazione Italiana Editori nel mare magnum dei libri navigano a vista 4.500 case editrici. Il numero è cresciuto in modo esponenziale, soprattutto negli ultimi tre decenni. Evidentemente, la gente scrive di più, e questo non è affatto un male. Il male è un altro… e lo riveleremo tra poco.

La scrittura è pur sempre una forma di comunicazione spirituale: oggi, però, si scrive tanto nei social. Si tratta di una scrittura di getto, impulsiva, talvolta compulsiva. Nel botta e risposta delle chat, ma anche nella dinamica vertiginosa dei commenti, non c’è tempo per meditare, e si digita sotto pressione, con il rischio di rendere pubblico un pensiero ancora in fase di definizione o non assurto per nulla a coscienza. Insomma, ci si esprime nella più totale inconsapevolezza. E, in effetti, il più delle volte non si capisce e non ci si capisce.

Purtroppo, il modello Facebook sta contaminando l’arte della scrittura tout court. Anche chi scrive libri o articoli per giornali produce dei testi assolutamente vaghi e scarsamente contenutistici. Si potrebbe arguire, senza poter essere smentiti, che si scrive rivolgendosi a sé stessi. Chi scrive, crea e, creando, ridefinisce sé stesso. Il guaio è che ci si rivolge a sé stessi senza saperlo, credendo cioè di rivolgersi a qualcuno.

Come mai

non si assiste più al miracolo della comprensione e della giusta risposta?

Inoltre,

com’è possibile che vi siano tanti brutti libri in circolazione?

L’editoria ha per oggetto la pubblicazione e la distribuzione di libri. Questo è risaputo. Ci si dimentica invece del vero significato del termine “pubblicare”: non semplicemente un “porre in commercio”, ma “produrre” o, per meglio dire, “trasformare” la materia grezza di un testo in un prodotto culturale da destinare al pubblico dei lettori.

Chi pubblica in Italia?

Metà della torta editoriale appartiene al gruppo Mondadori, che pubblica di tutto e di più, avendo come parametro di valutazione le sole analisi di mercato realizzate dal marketing manager.

L’altra metà è per 4/5 sul tavolo di una trentina di grandi brand (come Adelphi, Edizioni E/O, Longanesi, Bompiani, Einaudi e Feltrinelli), alcuni dei quali possono contare su proprie catene distributive. Ovviamente, il criterio di pubblicazione resta più o meno lo stesso.

Non che si scriva solo robaccia… non che non si producano mai buoni libri. Le eccezioni ci sono. Il problema è che non tira la qualità! Non tira per nulla! La gente preferisce il trash, l’intrattenimento.

Le statistiche e gli studi sul settore non sono affatto incoraggianti… l’ignoranza incalza… e c’è un appiattimento impressionante sugli standard Mondadori…

Gli editori avrebbero una responsabilità al riguardo… dovrebbero fare molta attenzione a ciò che mettono sul mercato. Però, se c’è già tanta immondizia, e nessun inceneritore nelle vicinanze, si è tentati di gettare cianfrusaglia nell’indifferenziata. Forma di nichilismo estremo… onnipervasiva, alla quale, tuttavia, non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo reagire…

Facile a dirsi…

Per sopravvivere, la PMI imbocca solitamente vie assai impervie, fronteggiando mille insidie, e non essendo minimamente supportato dallo Stato; se dovesse operare selezioni di testi e pubblicare solo alcuni autori, si troverebbe presto sull’orlo del precipizio. Infatti, gli autori sono pur sempre liberi di svincolarsi dal rapporto contrattuale come e quando vogliono, con buona pace delle promesse di eternità e del dispendio di energie e di denaro per aver voluto investire su loro. Lo scouting (l’attività di ricerca di volti nuovi) compiuto dalle PMI alla fin fine favorisce le grandi. Non porta alcun vantaggio a quegli editori che non si esimono dal far gavetta con gli esordienti per poi vederseli scappare di mano come rosei palloncini tra rimorsi e rimpianti.

Per non perire occorre far catalogo, si dice in giro. Anche un commercialista, un avvocato, un architetto, un medico… cercano costantemente di ampliare il numero di clienti. Ma questa rincorsa a ingrandirsi è un’arma a doppio taglio e può rivelarsi prospetticamente pericolosa. Si perde completamente di vista il connubio quantità/qualità, non più il focus su cui concentrare l’attenzione. Il destino di un piccolo editore si gioca sul filo del rasoio.

E siamo punto e a capo…

Vogliamo renderci complici del disfacimento?

Escludendo la fuffa del click-self-publishing, le case editrici “attive” (che potrebbero invertire la tragica tendenza) sono circa 1.500; di queste:

– circa un terzo ha pubblicato da 11 a 50 titoli (ma quanti hanno ottenuto la pubblicazione solo perché disposti a sganciare quattrini? E quanti testi hanno goduto di editing, impaginazione e grafica?) e

– solo 200 riescono ad andare oltre 51 titoli all’anno.

Quindi, su 4.500, solo il 15% può essere annoverata come reale casa editrice. Molte sono entità fantasma (tipografie, librai, ecc.). Occorre tuttavia segnalare la presenza di editori no-profit, i quali però non rivestono alcuna importanza, sia per le irrisorie tirature sia per il carattere per lo più dilettantesco delle pubblicazioni.

Dalle case editrici italiane (piccole, medie e grandi) escono più di 60.000 titoli all’anno.

Dovremmo essere felici! Parliamo di circa 164 al giorno. Sebbene diminuiscano le tirature, si registra un confortante aumento del 3,7%.

Eppure, si registra unna preoccupante, sia pur lieve, riduzione della percentuale di lettori. Il trend è negativo dal 2001… e prima o poi i lettori entreranno nel novero degli animali in via di estinzione.

In pratica, tanti libri per una sparuta desolante manciata di lettori: secondo alcuni sondaggi, il 60% degli italiani non ne ha comprati più di tre in un anno (se siano stati letti non possiamo saperlo; men che mai se stiano stati anche capiti). Le donne leggono di più degli uomini, i ragazzi più degli adulti, chi ha un titolo di studio più di chi ne è sprovvisto, chi abita nel Nord più di chi vive nel Sud. Meno del 15% sono i cosiddetti “lettori forti” che hanno letto 12 titoli in un anno. Uno al mese. Ma, come detto, di libri ne escono quasi 5.000 in un mese!

Basterebbe navigare un po’ in rete ed esaminare i rapporti sull’editoria e sulla lettura in Italia: si avrà un disdicevole e allarmante quadro della situazione.

Le librerie sono giustamente restie a ricevere novità da parte di case editrici che promuovono esordienti; assumono un comprensibile atteggiamento di distacco nei confronti del “nome” ignoto. Si vedono costrette a tenere in evidenza i best-seller, i classici e i Premi. E per poche settimane.

Libri senza mercato non sono altro che impegni senza riscontro; anzi, sono impegni e basta: si deve caricare a magazzino il nuovo prodotto, gestirlo e organizzarne il reso. A che pro?

Ovvio che le librerie terranno solo ciò che sanno di vendere, e cioè gli ordini. Se l’editore si accorda con qualche piccolo libraio un deposito in conto visione, la libreria proporrà ai clienti il libro (semplicemente esponendolo), e dopo un paio di mesi fornirà il conteggio del reso. Detratto quest’ultimo, spetterà all’editore la corresponsione di un prezzo scontato in genere del 30-40%. Pagabile a 60 o 90 gg. Se entra in gioco un distributore, lo sconto è del 55% (in alcuni casi del 60%). La gestione dei resi compete a quest’ultimo – l’editore può avvalersi dei raccapriccianti rendiconti periodici inviati dal distributore, pagabili, anch’essi, a 60-90 gg.

In Norvegia i lettori sono oltre il 90%, in Spagna oltre il 60%. La situazione è migliore, ma per gli esordienti resta un porto chiuso.

Circa una famiglia su dieci ha dichiarato di non avere alcun libro in casa; chi ha figli alle superiori non vede l’ora che arrivi giugno, in modo da poter porre sul banco dei librai dell’usato i manuali sottolineati a matita, per meno di un pacchetto di sigarette.

E allora… cosa spinge un piccolo editore a non gettare la spugna?

Provino a rispondere i gentili e bravi autori della Pluriversum.

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