Quattro chiacchiere con Hemingway sull’arte di scrivere

PLIMPTON: Secondo lei qual è la migliore preparazione intellettuale per un aspirante scrittore?

HEMINGWAY: Diciamo pure uscire di casa e impiccarsi, perché scrivere bene è quasi impossibile. Poi, se qualcuno lo stacca dalla corda, allora, per tutta la vita, il poveretto dovrebbe costringersi a scrivere al meglio. Ma almeno avrà la storia dell’impiccagione con cui cominciare.

PLIMPTON: Quando concepisce un racconto, fino a che punto il tema, la trama o i personaggi sono quelli definitivi?

HEMINGWAY: Alcune volte la storia è chiara fin da subito. Altre si sviluppa via via che ci lavoro e all’inizio non ho la minima idea di quel che ne verrà fuori; andando avanti cambia tutto. Le modifiche consentono di proseguire e proseguendo se ne possono fare altre. Talvolta procedo così lentamente che non mi sembra di procedere per nulla, ma in realtà continuo a fare modifiche e continuo ad andare avanti.

PLIMPTON: I personaggi delle sue storie sono sempre ispirati a persone che ha conosciuto?

HEMINGWAY: Ovviamente no. Per alcuni mi sono ispirato a persone specifiche, ma di solito invento i personaggi sulla base della mia esperienza generale, chi e che cosa conosco e come li interpreto.

PLIMPTON: Lei distingue, come fa E.M. Forster, tra personaggi «piatti» e personaggi «a tutto tondo»?

HEMINGWAY: Quando si prova a descrivere qualcuno, di solito ne esce un’immagine piatta, come una fotografia, e dal mio punto di vista si manca il bersaglio. Se invece lo si costruisce mettendo insieme ogni piccola informazione, il personaggio acquista profondità.

PLIMPTON: Come sceglie i nomi dei personaggi?

HEMINGWAY: Cerco di fare del mio meglio.

PLIMPTON: Quando non scrive è sempre attento, alla ricerca di qualcosa che le potrebbe tornare utile.

HEMINGWAY: Certo. Se uno scrittore smette di osservare è finito. Ma non è che debba farlo consapevolmente, pensando che potrebbe servirgli. Forse all’inizio è diverso, ma col tempo, tutto quello che lo scrittore vede finisce nella grande riserva delle cose che ha osservato o che conosce. Ammesso che a qualcuno possa interessare, io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno. “Il Vecchio e il mare” poteva essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare gli abitanti del villaggio, spiegare come sbarcano il lunario, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è un’operazione che altri scrittori sanno fare in modo eccellente e quando si scrive il limite è sempre quello che già è stato fatto in maniera esauriente. Così ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto eliminare tutte le parti superflue e trasmettere al lettore un’esperienza che potesse entrare a far parte della sua, come quelle reali.

 

(da Il principio dell’iceberg. Intervista a Ernest Hemingway sull’arte di scrivere e narrare, a cura di George Plimpton, 1963)

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