La pipì addosso, di Mahmoud Suboh

Non so perché mi sia venuto in mente questo episodio; pensare a quel fatto mi turba, mi innervosisce e, direi, mi angoscia.

Sembra banale e stupido, ma mi inquieta, uno di quei ricordi che pensavo di aver sepolto per sempre o forse mi vergogno di avere!

I piccoli, i neonati o anche i bambini nei primi anni di vita, si fanno la pipì addosso, ma io non ho alcuna memoria di questo. Non me lo ricordo nonostante mi sforzi, è buio completo. Invece rammento di essermela fatta addosso quando avevo all’incirca nove anni, si proprio così: la mia prima pipì addosso fu a circa nove anni.

L’angoscia di quel fatto, di quella maledetta pipì, deriva dal fatto che associo tale pensiero alla mia terra occupata, alla Palestina violentata e stuprata nella sua unicità, armonia e nella sua dignità, come purtroppo continua a essere ancora nonostante tutti questi anni. E più ci penso e più mi viene la paura che la pipì mi scappi di nuovo… fare la pipì addosso, adesso che ho quasi sessant’anni! Ma dopo penso: se mi dovesse capitare un fatto del genere oggi, mi potrei giustificare, dicendo magari: è colpa della prostata, sapete, con l’età anche quella minuscola ghiandola si può ingrossare e fare brutti scherzi a noi grandi e grossi uomini di avventura, che, più saggi diventiamo, più pipì addosso facciamo. Così, questo ricordo dell’infanzia mi insegna che per stare bene bisogna rimanere fanciulli, a costo di farcela ogni tanto addosso!

Ma questa mia interpretazione, questa mia teoria, non riesce a rimuovere l’angoscia di questo ricordo, perché è lì, nella Palestina occupata, che me la sono fatto addosso.

Oggi guardo questo mondo di ignoranza e mi sento immerso nella pipì, nuoto in un mare di urina fetida dove della povera gente è costretta a nuotare e a vivere! Gente disperata, gente senza patria, che è diventata ostacolo al progresso e alla convivenza nei paesi dai grandi valori morali!

Ero nato sotto occupazione e avevo visto quei marziani nella guerra dei sei giorni del 1967, quando tornavamo dal rifugio al centro di Betlemme; loro erano armati fino ai denti e rastrellavano la strada parallela. Mio fratello mi trascinava, tenendo stretta la mia mano, avevo appena otto anni, mi tirava con forza … io sbirciavo dall’altra parte. Mettevano paura, lo sentivo dal battito forte del cuore di mio fratello, si, lo sentivo proprio nella mia mano. Correva come un matto e non capivo se fosse paura di quei maledetti invasori dei quali non vedevamo altro che una sagoma ricoperta di attrezzi per uccidere, e di cui potevamo essere facile bersaglio, o se era l’angoscia di mio fratello maggiore per il destino dei nostri genitori che erano rimasti in casa, decisi a morire nella propria dimora nonostante l’ordine degli israeliani di scappare via, pena la morte.

Quella volta non successe, forse perché la mia manina era nella mano grande di mio fratello e nessuno poteva farmi del male?

Ma l’anno successivo… I soldati o, meglio, quelle sagome che sembravano senza vita se non perché camminavano e qualche volta sparavano e fermavano la gente per chiedere i documenti d’identità o semplicemente per rompere le scatole e infondere paura e terrore, giravano in continuazione per le vie della città e fra le case, anche di notte, pronti spesso a fare le loro retate al solo scopo di creare paura e di tormentare la gente.

Siamo cresciuti abituandoci a quella presenza strana, che non assomigliava a noi. Erano i soldati della morte, mentre noi eravamo gente indifesa che non aveva né fucili né pistole, anzi gente che veniva costretta a disfarsi di qualche coltello artigianale, del tipo posseduto da pastori o contadini, che si teneva spesso per il suo valore affettivo o artistico, ma che per l’occupazione rappresentava un’arma pericolosa, così come, del resto, le fionde!

Imparammo a stare sempre, o quasi, in gruppo, quando, ad esempio, andavamo e tornavamo da scuola, per farci coraggio e per non tremare davanti ai soldati. Forse, inconsciamente, contemplavamo il caso che, se qualcuno avesse avuto problemi con loro, qualcun altro avrebbe avvisato i genitori.

Avevo circa nove anni, stavo tornando a casa dopo scuola, camminavo al margine della strada a ridosso di un muretto, la ronda di quei fantasmi era davanti a me. Mi attaccai di più al muretto facendo finta di non vederli, avevo gli occhi sul suolo della mia terra e con l’angolo degli occhi e con le orecchie sbirciavo il nemico, sperando che non mi notasse o che, come capitava spesso, si limitasse a guardare senza arrestarmi o spararmi.

Ero diventato piccolo quanto una pietra di quel muretto, pensavo persino di essere oramai una parte di esso, quando, d’un tratto, echeggiò: «Tu, dico a te, figlio di cane… fermati… su le mani, brutto figlio di cagna».

Mi guardai intorno terrorizzato, sperando che stessero chiamando qualcun altro. Io ero solo un bambino, un piccolo mattone del muretto, intorno c’era qualche persona che guardava senza guardare, sbirciava e cercava di dirmi, senza parlare, “non avere paura”.

«Tu, figlio di cane, vieni qui, dico a te… ma sei sordo… ahahahah.»

Mi avvicinai singhiozzando; una macchia di cattivo odore impregnava i miei pantaloni come un marchio a mostrare la mia paura… Loro ridevano, si facevano dei segni fra di loro, indicando quella macchia di fragilità e solitudine, non c’era né la mano di mio fratello né quella dei miei genitori cui tendere, ero solo con un mostro che non vedevo ma di cui sentivo la tremenda presenza.

Mi lasciarono libero di continuare la mia strada, accompagnato dalle loro isteriche risate, felici di aver visto la paura macchiare il mio cammino.

Ero paralizzato, non riuscivo a camminare, sentivo il cuore in gola e le mie lacrime bruciavano sotto il sole, causando il mio brancolare nel buio… quando sentii delle mani amiche, di donne e uomini, che mi tenevano per mano e cercavano di calmare il mio spavento. «Non è successo niente, è tutto finito, vieni, ti accompagniamo noi a casa, tu sei figlio di Um Nasri…».

Non so come ero arrivato a casa, mia madre era fuori ad aspettare, come sua consuetudine, poiché bastavano pochi minuti di ritardo per farla uscire in strada a scrutare l’orizzonte e a pregare Dio di salvare il ritardatario ed essere clemente con lui.

Mi portò dentro casa stringendomi la mano, aveva il cuore fibrillante e aveva le lacrime nascoste nella mano. «Non preoccuparti, tutto è finito, vai a cambiarti e lavati la faccia che il pranzo è pronto».

Si sedette con le gambe incrociate, appoggiai la testa sulla sua coscia e tornai il bambino di sempre mentre lei giocava con i miei capelli… «Se sapessi quante volte ho fatto la pipì addosso! Sai cosa mi salvava? questo vestito, che è lungo e largo e nessuno si accorgeva della macchia… magari dell’odore, ma pazienza! Mi dicevo che la mia pipì era un profumo… ahahahah! E piano piano ho imparato a controllare le mie paure, pensando di essere più forte io di quei maledetti soldati e di qualsiasi angoscia».

Da quel giorno non ho più fatto la pipì addosso e sento sempre la mano di mia madre che mi accarezza i capelli.

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