Conviene pubblicizzare un libro?

La promozione e il marketing sono ambiti commerciali che hanno ormai assunto un ruolo di prim’ordine in tutti i settori e le industrie; tuttavia in ambito editoriale ci si muove coi piedi di piombo. Perché? Forse perché fare pubblicità è proibitivo per tutti… e non conviene molto…

 

Se l’editore Bottazzi & Valota pubblica, diciamo, circa centoventi libri l’anno, si arrischierà a fare pubblicità per un singolo titolo solo se ritiene che quel singolo titolo possa fruttare quanto basti per pagare la pubblicità. Una pagina a colori su “Repubblica”, nell’edizione di Roma, può costare cinquantamila euro. E per un editore, una volta tolto ciò che resta al dettagliante (30-40%), al promotore-distributore (20%), all’autore (8-15%), resta un 25-42% del prezzo di copertina, nel quale devono rientrare tutte le spese generali (dagli affitti agli stipendi, dalla carta igienica nel bagno alla pulizia degli uffici, dal magazzinaggio ai grafici, ecc.), ovvero in un libro nuovo che costi al pubblico 20 euro ne restano all’editore tra i 5 e gli 8,40 (ma una novità ha di solito maggiori sconti per i dettaglianti) – quante copie bisogna sperar di vendere per spendere a cuor leggero cinquantamila euro di pubblicità? (E: se fai una pubblicità micragnosa, spendendo poco, non saranno semplicemente soldi buttati – perché nessuno vedrà le tue microinserzioni?). I libri che mantengono davvero gli editori, non sono quelli che gli autori pensano. Sono quelli che vendono a lungo, non quelli che vendono tanto in un certo momento (e poi chissà). Sono i manuali di cucina. Sono gli albi e i libri-oggetto dei Pigiamask (o della Peppa, o di Masha e Orso, ecc.), se si riesce a star dietro puntualmente alla stagionalità dei cartoni. Sono le guide turistiche. Oggi – ho appena controllato – è fuori catalogo, ma: quanto ha venduto, dal 1926 ai nostri tempi, il Venezia e il suo estuario di Giulio Lorenzetti, edizioni Lint, nelle sue diverse edizioni e traduzioni? Si può investire su un autore che vende poco. Ci vogliono buone ragioni. Una può essere il prestigio: ma ci sono diversi ambienti nei quali l’editore può decidere di voler acquistare prestigio (l’ambiente della critica letteraria, l’ambiente dei cattolici reazionari, l’ambiente dei radical-chic – se esistono ancora – l’ambiente dei vegetariani, l’ambiente dei lettori delle riviste illustrate da un euro, eccetera: e ogni ambiente è fatto in un modo diverso, e reagisce in un modo diverso). Un’altra può essere lo scambio, formalizzato o tacito, di favori e/o di attenzioni (e non pensate solo allo scambio pubblicazioni/recensioni: si può anche pubblicare il libro del presidente della banca con la quale si ha un consistente debito, o dell’esponente di un partito dal quale ci si aspettano certe cose ecc.). Un’altra può essere la relazione con un certo agente (che mi fa pubblicare Tizio se pubblico anche Caio) o, meno spesso, con un certo editore non italiano (che mi fa tradurre Tizio se traduco anche Caio). E così via. Tra queste ragioni può esserci anche, addirittura, la convinzione che quell’autore sia un grande scrittore.

(tratto da Giulio Mozzi, Le dieci cose che gli editori non vogliono che i loro autori sappiano e che peraltro gli autori, se le vengono a sapere, non ci credono, in Teoria e pratica on 10 ottobre 2017)

 

Le buone idee e le buone pratiche ci sono. E non è detto che siano appannaggio delle sole major.

Se desiderate segnalare qualche campagna promozionale fatelo pure…

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