Via Disciplini, 4

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Benito si guarda in giro, piega il quotidiano una due volte e, tossendo, preleva il quarto di pagina interessato facendolo scivolare nella tasca destra del consunto loden verde. Il barista volge lo sguardo altrove, mentre il vecchio termina di sorbire il caffè “sospeso”: come ogni mattina. Poi esce: senza salutare. Nessuno, si aspetta un saluto da lui: lui non si aspetta di essere salutato.

Tutti lo conoscono: lui no: non conosce nessuno: non vuole conoscere nessuno.

La sua voglia si è esaurita il 20 settembre del 1958, in via Disciplini 4.

Benito, come il Duce. Era figlio di n.n. Sulla carta: ma non in via Disciplini.

La tenutaria – la Zia – le ragazze – la Marchigiana, la Tripolina, la Sorbona… lo chiamavano “figliolo mio”. In ogni occasione. E più combinava marachelle, più quel “figliolo” veniva rimarcato.

Come quella mattina: incuranti dei bisognosi clienti, non vedendolo nel suo giaciglio, lo chiamarono a lungo, a gran voce. Per lui quel “figliolo” urlato e intriso di preoccupazioni era una garanzia: di essere a casa. Lo trovarono sotto il letto della Decima, quella della nuova quindicina, la morbida, quella con la decima di misura. Era troppo piccolo: per capire – dicevano le pensionanti: curiosità, solo curiosità.

Se la curiosità non ha età, all’età non basta solo la curiosità e molto presto si ritrovò ad avere il bisogno di vedere: le spiava da un foro, praticato nella sottile parete della sua camera confinante con il bagno, con la vasca. Le vedeva lavarsi ogni pomeriggio, prima del lavoro: il viso, il seno, le parti intime. E lui le mimava, ansimando.

Un giorno lo scoprirono, i pantaloncini umidi di vergogna. Risero di lui. Lui, pianse. Ma erano delle buone donne, generose, e compresero. Lo bendarono, lo spogliarono e lo fecero sdraiare su un letto ancora caldo.

Vedere, voleva vedere.

Sentiva la pesantezza dei sudori, del lisoformio, del profumo dozzinale: toccava l’umido delle lenzuola. Due di loro gli tennero le mani ferme, i palmi teneri sui loro capezzoli turgidi. Poi un peso su entrambe le gambe a bloccare le caviglie, delle dita che gli accarezzano le cosce – prima – i genitali – poi.

Vedere, voleva. Togliersi la benda, voleva.

Una lingua, delle labbra, un avanti e indietro: un’esplosione. S-venne. Mai più l’avrebbe provato. Mai più.

S’incammina Benito, passi lunghi e ben distesi. Come il Duce.

Dopo una decina di minuti arriva in via Disciplini 4.

La ex casa: la sua, casa. Chiusa.

Suona.

Lo fanno entrare: poco convinti, ma compassionevoli.

“Solo cinque minuti, per favore. Da solo”.

Cerca le tracce del foro. Lo trova. Lo sfiora.

Si spoglia, lentamente. Completamente. Si benda gli occhi e si stende sul pavimento, duro.

Dopo circa un’ora lo trovano.

Nudo.

Immobile.

Il ventre, umido di sperma.

Il pene, floscio.

La benda: in mano.

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