Il medico scrittore: intervista a Roberto Marescotti

di Marina Vicario

Ho chiesto a Roberto Marescotti autore di “Storia di una bambola“, edito da Pluriversum Edizioni, di usare l’immaginazione e di portarmi a braccetto per la città, per scoprire chi è davvero. Ho immaginato che fosse notte. Nella quiete tra il bagliore fioco dei lampioni e le strade bagnate dall’umidità, mi ha rivelato quanto segue…

Vi invito a sedervi comodi e leggere un dialogo che è un vero proprio racconto. Potete prenotare la vostra copia di “Storia di una bambola” in libreria o di acquistarla comodamente dal nostro sito cliccando su questo link:
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BUONA LETTURA!
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Roberto, parlami di te, conducimi dove vuoi tu. Da dove iniziamo?
Possiamo allora iniziare la nostra passeggiata notturna dalla mia casa. Abito in periferia, un tempo era aperta campagna, poi, gradatamente tutt’intorno sono cresciute case e strade ed è rimasta una sorta di “enclave” con il giardino, l’orto, i cani, le galline le viti. È qualcosa a metà tra il bazar e il museo in cui si affollano mobili, soprammobili e suppellettili di ogni genere. Sul vecchio divano ormai sfondato sono allocati vari cuscini, di stili diversi su cui si arrampica la cagnetta che era di mio padre. Inoltre libri, conchiglie, quadri, riviste ovunque.

Passeggiando per Copparo possiamo visitare i luoghi della mia infanzia: il borgo del Furnas, la fornace dove c’era una fontanella per l’acqua potabile a cui mi sono inspirato per comporre una poesia in vernacolo.

Abitavo in un borghetto, i miei genitori facevano gli insegnanti e, nel pomeriggio, casa nostra si trasformava nel doposcuola del paese. Nella sala da pranzo comparivano: carte geografiche, mappamondo, penne, pennini, puliscipennini, matite, gomme, quaderni, libri e una lavagnetta.
Ho visto passare intere generazioni.
Prima di quella che era per me l’età scolare ho iniziato ad apprendere per imitazione dai bimbi più grandi, poi crescendo mi sono “pareggiato” e infine sono diventato il “piccolo maestro”.

Mio padre era un vero e proprio pioniere della didattica, usava il metodo globale per insegnare a leggere, il calcolo multibase e l’insiemistica. Il tempo della ricreazione ci vedeva impegnati in giochi attivi: costruire e involare aquiloni di canna e carta velina, fabbricare piccoli carretti, giocare a nascondersi… Un “classico” era intagliare il legno con gli strumenti del traforo per costruire case e capanne del presepio.
La vita nel borgo era assai socializzante si condivideva e scambiava un po’ di tutto: strumenti per lavorare gli orti, scale a ioli, carriole, falci e falcetti

Al termine del viottolo un grande recinto in cui erano ospitati animale da cortile, ogni famiglia aveva il suo “branchetto” e per distinguere i propri animali si mettevano alle zampe piccoli contrassegni di stoffa colorata.

Il mio passatempo preferito era quello di andare dal birocciante e aiutarlo ad attaccare e staccare dal carro la cavalla.

Chi è il medico Roberto Marescotti?
È in fondo un ragazzo di campagna che ha intrapreso gli studi di medicina in un’epoca ormai arcaica se la si paragona al mondo di oggi. Allora la medicina si basava molto sulla semiotica (l’interpretazione dei segni) quando si visitava il paziente. I farmaci erano pochi e il medico doveva saper fare un po’ di tutto, dalla sutura di una ferita a curare il cuore. Oggi tutto è cambiato: molta tecnologia e poco rapporto umano. La gente è prevenuta nei confronti dei medici e della sanità in genere. Quando varca la soglia dell’ospedale è convinta che i medici siano una sorta di criminali pronti a fare del male e non del bene.

La mia è una generazione che ha fatto la gavetta dura: precariato non retribuito, guardie mediche in località disagiate, all’epoca senza telefonino o navigatore, senza radio con qualche utilitaria scassata. La maggior parte delle volte usavamo per il lavoro la nostra auto personale perché quella di servizio era in panne. Abbiamo assistito nella sanità a una sorta di continui terremoti: chiusura di ospedali, marginalizzazione delle professionalità, impossibilità a mettere in pratica le competenze acquisite.

Quando è arrivata la passione per la scrittura?
Una parte di medici, non di rado, ha un certo talento artistico; non a caso viene definita “arte medica”. Sono frequenti medici che si dedicano alle varie forme di arte: scrittura, musica, pittura fotografia. Cecov era solito ribadire di avere una moglie legittima e un’amante. La moglie era la medicina e l’amante la letteratura, per cui quando era stanco della moglie si rifugiava dall’amante. Così è per me; con l’andare del tempo mi è venuta a noia la moglie e le sue vane promesse e mi sono ritagliato uno spazio per coltivare altri amori, tra cui scrivere, allevare cani, dedicarmi ai cavalli, grande amore dell’infanzia e della gioventù.

Come è nato il tuo bellissimo romanzo “Storia di una bambola” edito da Pluriversum Edizioni?

Storia di una bambola è nata dal desiderio di tracciare un affresco del ‘900 per lasciare traccia di questo secolo veloce, di passaggio tra la tradizione e la modernità.
Personalmente sono animicamente un conservatore, e tutto ciò che cambia mi disturba. La gente tende a dimenticare o a non conoscere.
Ho voluto lasciare una testimonianza di come era la vita, di quali i valori, e del modo straordinariamente più unano di vivere.

Conoscere la storia significa innanzitutto non giudicarla e calarsi nella vita quotidiana di quell’epoca; significa avere la sensazione del transitare a piedi o in bicicletta per una strada ghiaiata, polverosa d’estate e fangosa d’inverno. Significa attaccare a un carro un cavallo all’alba e fare i chilometri possibili, trovare da abbeverarlo e foraggiarlo, dover pernottare in qualche rifugio improvvisato se il viaggio è lungo, se si deve andare a una fiera a un mercato a un ufficio lontano.

Cosa ti ha portato a scegliere Pluriversum Edizioni per pubblicare il tuo libro?
Ho conosciuto la Pluriversum per caso; un conoscente a cui ho parlato della mia attività di poeta e di scrittore mi ha messo in contatto con la Pluriversum. Ciò che mi hanno proposto è stato di mio gradimento e il passo alla pubblicazione è stato breve.

Seguendo il tuo profilo Facebook si intuisce che la tue amate cagnoline sono parte integrante della tua vita. Quando sono entrate a far parte della tua vita?
Una è Tosca, in famiglia detta “Toschina”, è una Schipperkee, una razza poco conosciuta in Italia, diffusa in Belgio, sua terra d’origine, e in Francia.
L’andai a prendere nelle marche con un mio carissimo amico. Con lui condividevo la passione per i cavalli “attaccati”, scomparso alcuni anni orsono e a cui ho dedicato un libricino.
Tosca è stata la compagnia del mio anziano padre che la chiamava “la mia amica numero due”, intendendo che la numero uno fosse mia madre.
L’altra cagnetta è una Wolfspiz si chiama: Blak Shiver e viene dall’allevamento Kiss of the Spring. Famigliarmente chiamata Pufita (pronuncia Puffizza) è molto vivace e con un carattere risoluto un po’ ribelle. È testimonial del segnalibro che accompagna il romanzo.

Che progetti hai per il futuro?
Ci sono nel cassetto due romanzi: uno trae ispirazione da Storia di una bambola e l’altro dalla storia di un cane.
Ho anche un altro desiderio: scrivere un romanzo con un’altra persona progettando insieme la caratterizzazione dei personaggi e della storia.
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La nostra passeggiata è finita. Lascio a malincuore la compagnia del medico scrittore. Lo ringrazio per questo viaggio nel tempo dove mi è sembrato, a tratti, di sentire le voci dei ragazzi che studiavano nella sala-doposcuola di casa sua. Custodirò nei ricordi più belli il genuino profumo di una vita passata, ricca di valori e cose buone.



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