La Lettera – un toccante racconto di Paolo Ansaldi

a cura di Marina Vicario

Il nome di Paolo Ansaldi sarà molto presto conosciuto nel mondo di Pluriversum Edizioni. Tra non molto, e lo diciamo con orgoglio, ci sarà un suo romanzo acquistabile nel nostro e-store e in tutte le librerie.

Con questo racconto vi facciamo ‘assaporare’ la virtù che quest’uomo emana, ovvero la capacità di fare emergere valori umani; valori che provengono da un’epoca in cui questi venivano insegnati e impartiti per far crescere uomini e donne con il senso del rispetto verso il prossimo che oggi, ahimé, vengono spesso a mancare.

Buona lettura!

La lettera

“Anna! Maria! Venite subito vi prego! La signora della stanza 20 è sicuramente morta. Non dà segni di vita” comunicò Letizia, con voce concitata, raggiungendo le colleghe.
“Che dici!” – rispose Anna – “Ieri sera ha preso le medicine e non sembrava stesse male”.
“Ho tastato il polso ed è iniziato il rigor mortis da poco” precisò Letizia.
“E va bene” intervenne Maria “Morte sua, vita mia. Avvisiamo il Direttore che chiamerà il medico legale! Prima la porteranno via, prima potremo liberare in fretta la stanza, perché una ne esce e due ne entrano”.
Dopo un’ora la salma era stata posta sul freddo lettino dell’obitorio in attesa dei parenti che erano stati avvisati e le donne si affrettarno con le procedure di sanificazione della stanza.
Al momento di tirare via le lenzuola, Maria fece una scoperta che la lasciò sorpresa: sotto al cuscino vi era una lettera indirizzata alle infermiere del piano.
“Guardate che cosa ho trovato. È una lettera indirizzata a noi tutte. Ora la apro e la leggo a voce alta in modo possiate sentire tutte”.
Le infermiere si radunarono in ascolto e Maria con voce, quasi tremante, iniziò a leggere.

Gentilissime signore,

è giusto che vi chiami così perché prima di tutte siete delle signore e poi delle infermiere che svolgete questo lavoro, scelto da voi.
Capisco che è un lavoro faticoso e pesante, non tanto per il lavoro in sé stesso ma, perché dovete avere a che fare con vecchie, persone che non ci stanno con la testa, persone che per acciacchi vari, a volte, si fanno la pipì addosso perché non fanno in tempo ad andare in bagno, o vomitano anche a letto e tante altre cose che non voglio menzionare. Capisco pure che, finito il turno di lavoro, andate a casa esauste, per riprendere il ruolo di mamme.
Quante volte mi avete visto seduta davanti alla finestra a guardare in lontananza, quasi aspettassi qualcuno che non sarebbe mai arrivato.
Quante volte mi avete chiesto se avessi qualcosa ed io rispondevo a monosillabi con un no. Vivere gli ultimi miei anni della vita, in questa casa di riposo, non è stato un piacere, non che vi siate mai comportate male con me, anche se ho notato che qualcuno degli assistiti si è beccato qualche ceffone perché non ubbidiva agli ordini. A volte si perde la pazienza; siate caritatevoli con gli altri perché quello che succede agli alloggiati di questa casa di riposo, domani, potrebbe capitare pure a voi venendo ricoverati qui o in un’altra struttura, perché i vostri figli non vi vogliono o non hanno il tempo di badare a voi oppure sono molto distanti.

Sappiate che sono nata in una famiglia benestante e amata come tutti i miei fratelli e sorelle. Erano altri tempi e gli ammalati o gli infermi di famiglia venivano curati ed assistiti in casa fino alla morte. Ora non è più così. Ora ci sono le case di riposo dove si sa quando si entra e si sa che se ne esce con i piedi davanti, ovvero alla morte.

Non mi sono mai lamentata né con voi, né col destino, perché nella mia vita ho goduto, perché ho confidato in Dio sempre.
Mi sono laureata, mi sono sposata ed ho avuto tre bellissimi figli.
Tutti lavoravamo ma i miei figli hanno intrapreso strade diverse ed il lavoro li ha portato in giro per il mondo.
Ero contenta di loro perché si sono creati le loro famiglie ed i loro figli. Quando siamo rimasti soli, andavamo a trovarli per vederli e goderci i bambini.
La vita si è complicata con la morte di mio marito ed io cominciavo ad accusare qualche acciacco, le rughe in viso e le gambe molli. Non volevo essere di peso ai miei figli e dicevo loro che stavo bene ma dentro di me capivo che le forze cominciavano a mancarmi e così decisi di venire in questa struttura, sapendo che mi sarei imprigionata con le mie mani fino alla morte.
Con quale forza d’animo volevo vivere mancando tutti i miei cari? Nessuna. Così, a poco a poco, mi sono lasciata andare fino a farla finita con questa terra che non mi aveva portato via prima di mio marito.
Ecco perché ho scritto a voi questa lettera.
Lo so, non ero niente per voi, solo un peso in più, un numero da accudire, una vecchietta venuta a morire qua. Ricordatevi, però, che un giorno anche voi sarete anziane e il vostro corpo non risponderà più.
Sapete anche che i vostri figli, pur volendovi bene, vi accompagneranno in una casa di riposo, per cui cercate di capire e voler bene a coloro che vi permettono di avere un lavoro perché sono esseri umani che devono sopravvivere e se, commettono qualcosa di sbagliato, non lo fanno apposta. Sono le malattie, la demenza, il corpo vecchio che non risponde a quello che il cervello vorrebbe. Non fate del male a chi un giorno potrebbe farlo a voi.

Grazie per avermi reso questo periodo sereno in questa struttura e il mio ultimo saluto va a voi che vi siete preso cura di me trattandomi come una vostra parente.
Con affetto,

Eloise Maffei

Add Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *