Fragile come cartapesta

Le forze primordiali della natura s’incentrano nel corpo di una donna che casca fra le braccia dell’illogicità, persa nel dolore e avvolta da quel senso d’inutilità in cui la mente va a rintanarsi quando un male incolore e senza sagome definite, calpesta in malo modo i sogni color pastello di una fanciulla che si appronta alla vita, conducendola a una sorta d’indebolimento, fino a arrestarlo in una galera chiamata letto.

Le palpebre cedono, la carena dorme affaticata, ma il cuore batte cullando una mente che divaga in un’altra dimensione, attendendo paziente che una nuova impollinazione, si accalchi in un animo stagnato da un male oscuro.

Oscura può considerarsi anche la presenza dell’uomo sulla terra, nonostante scienziati, filosofi e teologi abbiano cercato di dipingerne il mistero… impenetrabile sono gli occhi di quel mostro catramoso, il cui guardo opacizza ogni forma di lucidità che la Zollo difende in una serie di battaglie; mai vinte, mai perse.

In certi contesti le vittorie si annullano con la consapevolezza che la sconfitta esiste in senso lato, arrendersi è un gioco che porta alla luce quando incastri i due lati contrastanti, coabitanti nello stesso interiore, dando adito ad ambedue di esprimersi in virtù della loro prepotenza, ascoltandone il messaggio e non giudicandone gli effetti.

La Zollo ode il messaggio che la malattia trasmette, osserva attenta le visioni deformi che questa offre come un oggetto vibratile che le trapana il capo, le afferra e le trasforma in poesie.

Raggi di sole che non scalda

sono i miei giorni,

compagna l’inguaribile follia… e mi ritrovo fredda,

di fronte al mare in burrasca,

mentre ascolto la vita germogliare

in un improvviso sussulto d’amore

e come una nuvola

tornerò a volare.

In questi passaggi sono palpabili gli attimi che corrono repentini nella penna della protagonista che chiama compagna il suo male, la follia! Qui si recepisce l’accettazione di quel mostro che a piccoli passi comincia a materializzarsi con una sorta di colori, non tutti opachi e sobri, ma con qualche scintilla dorata che porta a osservare la realtà da un’altra prospettiva.

La follia è spesso una distorsione mentale impellente alla creazione, separata dalla genialità da un filo sottilissimo e gli impulsi positivi esplodono come bombe che risvegliano il bene senza che la ratio intervenga.

Difatti la Nostra conclude positivamente il verso, sentendo la forza della vita addentrarsi con impeto per portarla verso nuovi orizzonti.

Nel successivo componimento, sotto riportato, la poetessa riconferma la tecnica degli idilli.

Stati umorali si dipanano dallo scuro al chiaro, senza preavviso.

Si assiste a un rimprovero non vittimista, al contrario grintoso, che la stessa esercita sulla malattia, dicendo che nonostante abbia sostituito le gioconde immagini dai suoni melodiosi delle favole che portano le bambine ai sogni, e strappato la possibilità di addestrarsi alla danza, grande passione della piccola Vincenza, lei non è sconfitta. È viva grazie alla presenza di un Dio che definisce misericordioso.

Il componimento è una vera e propria denuncia della personalità della Nostra, or nutrita dai seni della malattia, da cui non solo attinge sofferenza, ma anche una purezza interiore di cui la logicità è orfana. L’autrice esprime una fede sincera, come il Cristo inciampato sui dubbi legati all’iniquità della sentenza di morte, poco prima di spirare, per poi annullarsi alla Santa Volontà

La fame di amore e la solitudine interiore sono altri punti discussi, foggiati in poesia in cui la protagonista scava sempre in fondo alla sua emotività, dissotterrando il seme che le ha generato male e trovando terreno fertile per fiorire nuovamente:

LA FOLLIA

Ti conosco,

orrido spettro dell’anima,

allorché prendesti il posto

delle fiabe e della danza,

mio primo grande amore

di bambina.

Ti conosco,

madre di tutte le incertezze,

delle angosce e delle paure

che segnano la mia esistenza

come una cicatrice

indelebile sulla pelle,

ma seppure la malattia

mi accompagna in questi giorni,

io credo che un Dio benevolo,

ha posato sul mio capo

la Sua mano,

donandomi il perdono

e mi abbandono alla vita

e a una prodigiosa resurrezione.

Altri versi significativi:

…e ho varcato il confine del mio male per ritrovare il senso della vita.

…in questa mia vita che non mi regala niente se non stimmate di dolore, ma un tocco di rossetto e un tacco dodici possono bastare a farmi camminare sicura e a testa alta…

…s’intersecano in una danza, e io rimango nel mio letto di dolore, ebbra del profumo della tua pelle a me così cara…

Anche il mare è spesso citato nella silloge “Fragile come cartapesta”.

Il mare intenso come liberazione dell’anima, come grandezza, come libertà. L’immensa distesa di acqua salata alla quale non tutti gli animi possono raffrontarsi. Avrei aggiunto purtroppo, ma preferisco sottolineare che anche gli stagni, così privi di sbocchi, hanno un significato ancor più emblematico. Se ogni interiore produce in virtù della costruzione della propria natura, possiamo considerare i componimenti poetici della Nostra, dei piccoli fiori di loto.

Il bel fiore cresciuto negli stagni, fra mosche e zanzare, durante la notte si chiude per rientrare nel grembo che lo ha generato, la terra, ma quando il sole dispensa il suo calore già dalle prime luci diurne, il loto si schiude mantenendo intatta la sua bellezza, senza che il fango l’abbia minimamente compromessa.

Ragion per cui tale perfezione è simbolo di purezza e grande amenità interiore in diverse dottrine religiose.

Stessa cosa per l’opera discussa. La mestizia non imbruttisce minimamente i versi: al contrario, li rende ricchi di sentimento e capaci di commuovere il lettore fino alle lacrime. Senza quella sostanza scura, immaginabile come catrame che si appiccica agli occhi, la poetessa non avrebbe gettato su carta la sua interiorità.

L’intelligenza cognitiva della stessa le insegnerà a considerare la malattia una compagna non giudicabile in un costume civile e una complice a livello artistico.

Dovere morale della poetessa è curare fino alla morte ulteriori “fiori di loto” per insegnare alle presunte vittime della “follia” che nonostante “il male oscuro” risieda in loro, gli stessi non sono una malattia: ma anime produttive che hanno chiuse in sé delle capacità per fiorire in qualcosa di meraviglioso!

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